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martedì 9 luglio 2013

Discorso semiserio di un italiano sulla rottura di palle che è LVMH

Un giorno, tornando a casa, troverò un post it attaccato al frigo. Uno di quelli che si attaccano sotto i magnetini kitsch, quelli così kitsch ché quando viene un amico a casa li nascondi nel guardaroba sotto strati e strati di mutandine e boxer di pizzo flou.
Sul nostro post it -che da ora chiameremo "comunicato stampa"- campeggerà la dichiarazione che LVMH avrà comprato il 99,9% dell'utero di mia madre, in nome de, cito il comunicato stampa, "lo sviluppo di sinergie d'eccellenza in continuità con una governance ininterrotta da x (sostituire x con l'età di vostra madre) anni". 
Più o meno così è andata con Loro Piana.
Stavo scrivendo un altro post, quando ho deciso di prendermi una pausa (bloggare logora) e, entrato sul sito del Corriere, mi sono trovato come notizia d'apertura la vendita del brand piemontese. Così ho mandato a putt in malora il vecchio post e mi sono messo a scrivere questo pezzo dal sapore leopardiano (sì, il titolo è la parafrasi di un'opera di Leopardi, non sono così matto da scrivere normalmente così).

Partiamo dal fatto: LVMH compra l'80% di Loro Piana, per 2 miliardi di euro.  
L'antefatto: LVMH compra la pasticceria milanese Cova. E Prada fa causa alla famiglia proprietaria del locale (con mia grande gioia). 
L'antefatto dell'antefatto: LVMH prova a comprare tutto il comprabile (prima o poi sarà il turno dell'utero di mamma). Le uniche con cui, finora, non gli è andata bene, sono Gucci (finita a Pinault) ed Hermès (che, anzi, gli sta dando filo da torcere).
Così le aziende italiane autonome si contano sulle dita di una mano. E presto, probabilmente, saranno anche meno: non è un mistero che Versace stia cercando un investitore esterno.

Non sapete che fastidio che mi può dare. Non è solo una mera questione di patriottismo, intendiamoci (certo, se poi Arnault si fosse chiamato Arnoldi, non mi sarebbe mica dispiaciuto). E' anche un discorso di qualità, o meglio, di mercificazione del lusso.
Senti che Berluti (LVMH) espande la fabbrica di scarpe di Ferrara, e ti viene da esultare, ma poi vedi che maglioni di Cèline (sempre LVMH) in cashmere da 1490 euro sono sì fatti a mano, ma in Cina. 
Questo perchè il gruppo LVMH mira unicamente ai soldi, e mi chiedo come ciò possa convivere con un'azienda che sul "ben fatto" ha costruito la sua fortuna. Poco consolatorie le parole di Sergio e Luigi Loro Piana: 
"La nostra famiglia è fiera di associare oggi il nostro nome al gruppo LVMH, quello maggiormente in grado di rispettare i valori della nostra azienda, la sua tradizione ed il desiderio di proporre ai suoi clienti dei prodotti di qualità ineccepibile. Associandoci al gruppo LVMH, costruito intorno ad un insieme di marchi storici, Loro Piana trarrà beneficio da sinergie eccezionali, sempre preservandone le tradizioni".
Non capisco come ora possano garantirmi che la qualità rimanga proprio la stessa del Loro Piana di ieri. 
LVMH, poi, mi sta decisamente antipatico per via dell'atteggiamento da squalo dei mercati  di Arnault.  E non è possibile, aggiungo, che tutto quello che compro, da un capo all'altro di via Condotti, vada ad aumentare il loro profitto. 
Non capisco, vi parlo da figlio di imprenditore (piccolo, ma sempre imprenditore), perchè vendere.
Non regge la scusa della piccola azienda in difficoltà (come Brioni). Loro Piana è un colosso. Non regge la scusa della difficoltà di fare impresa in Italia: stiamo parlando di una multinazionale. Allora mi immagino come sia andata la conversazione tra i due LP e Arnault lo squalo:
A.l.S: "Scusate, vorrei comprare la vostra società"!
LP*2: "Ah sì, e per quanto"?
A.l.S: "Facciamo due miliardini, ok"?
LP*2: "Ah, fantastico, avevamo proprio bisogno di due miliardi per comprare qualche isola greca, corrompere due o tre governi africani, regalare alle nostre mogli 100.000 birkin e ristrutturare attico e superattico a Quarona, grazie mille"!
A.l.S: "Ok, bella, ci becchiamo stasera da Cova".
(forse "bella" e "ci becchiamo" non l'ha detto, ma per il resto deve essere andata così).

Inizialmente, dopo aver letto la notizia, ho pensato che avrei boicottato LVMH. Poi, però, ho realizzato che forse il mio embargo non li avrebbe proprio messi in ginocchio (strano). E, soprattutto, ho ridato una letta a tutti i brand del portafogli di Vuitton: posso rinunciare a Donna Karan (peccato per quel bel vestitino al ginocchio in seta che avevo visto alla Rinascente l'altro ieri...ops!) Pucci, ma Cèline (non si sa mai), Loewe, Dior... mi si chiedeva troppo.
Però, di una cosa possono stare certi: il malloppo di euro per il maglione di baby cashmere da me se lo scordano (ma forse il discorso del "tanto lo puoi comprare anche la prossima stagione...che fretta c'è?" non dovrei farlo più). E, soprattutto, ora mi sentirò meno "moralmente in colpa" a comprare Cucinelli ed Hermès. E' una forma di "consumismo premiativo/punitivo", dovrebbero farci degli studi sopra. Anzi, andiamo a fare un giretto sul sito di Brunello (mentre si legge pensare a me con occhi lucidi con sguardo da folle)...

8 commenti:

  1. Ciao,

    purtroppo in Italia ormai l'unico vero affare che gli imprenditori possono fare è trovare un compratore solido e affidabile , è molto triste ma questa è la realtà! Quello che a me dispiace è il vedere che quello che è stato costruito con fatica , sacrifici , coraggio da una generazione di imprenditori che hanno fatto la storia del Made in Italy viene così celermente ceduto ...ma comunque sono commercianti ...non certo intellettuali !

    ave

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    1. Sì, è vero, fare impresa in Italia è un'impresa epica, ma diamine, qui parliamo di una società come Loro Piana, non una PMI. Io posso spiegarmela in due modi: o una governance futura latitante, o una grande fretta, di arricchirsi (si= i fratelli) e far crescere l'azienda, rischiando, però, di snaturarla.

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  2. Ho fatto una riflessione simile anch'io. Secondo me è quasi inevitabile che tutto questo porti ad un nuovo modo di intendere la moda, fatto di più profumi, borse e accessori "must have" (must have di chi????)che danno l'illusione a noi comuni mortali di sfoggiare uno status che non possiamo permetterci e di meno innovazione e creatività vera. Ho paura che sotto l'egemonia di un onnipotente colosso (LVMH o un altro poco importa) l'alta moda diventerà un unico grande marchio, chiamato LUSSO, sempre più uniforme e noioso.

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    1. Bravissima, hai esposto in pieno quello che penso, senza la mia terribile e leggendaria logorrea. Certo, nessuno sposterà la produzione in Cina, ma temo proprio l'appiattimento del brand. Vedremo che succede.

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  3. Non dovrei dirlo, ma il tuo post mi ha fatto a dir poco morire.
    Venendo a LVMH, sono d'accordo sul fatto che sia inquietante questo rastrellamento di griffe specie italiane e sul fatto che andando avanti così la moda potrebbe diventare sinonimo di scarpe, borse e maglioni fatti a mano in Cina. Però mi domando anche: perché Loro Piana e gli altri vendono?
    Forse sarò ingenua, ma lo capisco solo da parte di aziende in difficoltà o quando gli originari proprietari si sono estinti.
    Detto questo, l'unico caso in cui sono stata quasi contenta di un acquisto LVMH è stato quello di Cova. Stando a quanto letto sul Corriere, Bertelli aveva intenzione di modificarne le vetrine e di creare una sorta di comunicazione interna con la vicina boutique Prada. Con tutto il rispetto, ma pensare di ridurre un locale storico come Cova a una dependence di Prada lo trovo di una supponenza incredibile.

    Alessia
    ElectroMode

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    1. Morire? In senso buono, spero ;)
      Comunque, quoto in toto. Non capisco perchè vendano, non mi piace l'artiglio rapace di Arnault. Di Bertelli avevo già sentito dire (tutto tranne che bene), ma questa mi mancava. In verità, però, non capisco proprio la necessità di espandere le attività alimentari (e quindi me la prendo con la famiglia): Cova, Ladurèe... bellissimi esercizi storici, che vengono snaturati dalle varie aperture all'estero. Preferisco il mio bel caffè greco, che non sarà il massimo per servizio, mi spillerà cifre folli, ma almeno lo trovo solo a Roma!

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  4. anche io non amo il gruppo mangiatutto (fa pure rima), perché più che conglomerato del lusso è una multinazionale di branding. Rimane però il fatto, che la strategia di Arnault ideata ormai vent'anni fa ha dato i suoi frutti. E Pinault non è che sia migliore. Hanno capito cioè che quello che vende è l'immagine, non il prodotto, la qualità, l'artigianato e così via. Hanno capito che la gente vuole questo. E hanno applicato al prodotto la classica psicologia-marketing che ti fa sentire in, cool, it e bla bla bla. La gente vede il personaggio famoso che indossa la vuitton, farà di tutto per averla, pure falsa (renditi conto) e se proprio non ci arriva coi soldi, prenderà uno smalto (che ora tira più del profumo). Il punto è che psicologicamente nessuno vuole sentirsi dire che è sfigato, povero, out. Ed è così in tutto il mondo, da vecchi ai nuovi ricchi. Gli unici che sono fuori da questo circuito sono o i "rompiballe" che ragionano su tutto o quelli di classi così agiate che possono permettersi di essere superiori (e tra questi non includo ovviamente cinesi, coreani, indiani e così per i quali c'è una vera corsa al marchio). Credo che il rifiuto del brand ci sia stato solo in brevissimi periodi di presa di coscienza sociale (tipo gli anni Settanta) e di contestazione (rifiuto fino all'eccesso). Ma si è poi smontato subito e probabilmente dagli stessi contestatori.
    Vediamo un prodotto fatto in cina che costa 2000 euro? sarebbe così facile boicottarlo. Vediamo brand che evadono il fisco e poi fanno feste faraoniche per fare vedere il brand e che loro possono? sarebbe facilissimo boicottarle. Ma veramente non lo fa nessuno anche se ti fanno vedere in tv le condizioni di lavoro per ottenere quei prodotti di "lusso".
    Tra l'altro le cose fanno sempre più schifo, dalla tecnologia agli abiti. Alle volte non riesci neanche ad usarli e sono già da buttare.
    Io sto avendo la reazione opposta sono nauseata dal brand e cerco piccoli marchi particolari. Il prezzo è alto, ma almeno sai chi li fa e dove.
    Sanno vendere l'immagine e sanno anche gestire bene questi imperi, perché gli imprenditori italiani capaci sono rimasti in pochi.

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    Risposte
    1. Vero. A me Pinault sta un po' più simpatico, ma è un sentimento a pelle (e poi si aggiunge qualcosina che differenzia Karing da LVMH (più libertà manageriali alle aziende, ad esempio).
      Condivido in toto. Io provo a boicottare (Bottega Veneta, ad esempio), ma ammetto che non è facile. Provo a cercare piccoli brand, ma da uomo è difficile trovare qualcosa di creativo e insieme mettibile: passiamo dal totalmente anonimo al totalmente immettibile.
      Grazie del commento ;)

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Se siete arrivati fin qua sotto vivi (complimenti!) e volete insultarmi, fate bene, questo è lo spazio giusto! Mi raccomando, utenti anonimi, lasciatemi una firmetta (potete anche scrivere "Raperonzolo", non saprò mai che non è il vostro vero nome)!
Se, invece, siete folli come me, e il post vi è piaciuto, potete contattarmi in privato per offrirmi un dono. Vi fornirò la mia taglia e le preferenze di colore per:
1) Un maglione in baby cashmere di Loro Piana;
2) Una giacca di cashmere millemila fili di Brunello Cucinelli;
3) Un plaid di cashmere di Hermès (sì, ho bisogno fisiologico di cashmere, sono freddoloso).

Naturalmente, non è un "aut aut" tra i tre doni. Non sarei mai così crudele. I doni sono da fare tutti. Appena arriveranno, provvederò a cambiare lista, per evitare doppioni.
<3 <3 <3

Grazie per la lettura!

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